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Il massacro, l’ingiustizia, il perdono

Avvenire, 1.8.2018

In tribunale si sono mostrati sprezzanti fino alla fine, senza manifestare il minimo segno di pentimento per la strage che avevano compiuto all’inizio della guerra in Bosnia, nell’estate del 1992. Nei giorni scorsi la Corte d’appello di Belgrado li ha assolti tutti, in via definitiva, sebbene vi fossero prove schiaccianti della loro colpevolezza. Il codice penale serbo non contempla il reato di associazione a delinquere per i crimini di guerra e i giudici non hanno potuto accertare le responsabilità individuali nel massacro di Skočić, vicino a Zvornik, a sessanta chilometri da Srebrenica. Sono tornati così in libertà i “cetnici di Simo”, una delle più efferate bande operanti all’epoca nella zona, agli ordini di Simo Bogdanović, un criminale di guerra morto in carcere alcuni anni fa. Non avranno alcuna giustizia le ventisette vittime civili di quel massacro, un’intera comunità di rom musulmani, tra cui anche donne e bambini, seviziati e uccisi a sangue freddo. La decisione dei giudici ribalta il verdetto di primo grado del 2013 – che aveva condannato gli imputati a 73 anni di carcere – e suona come una terribile beffa per il 34enne Zijo Ribic, unico sopravvissuto a quella strage.

Nella foto: Zijo Ribic

Al momento della lettura della sentenza era in aula anche lui, e ha assistito all’assoluzione dei carnefici della sua famiglia. Ci ha spiegato che continuerà a lottare per ottenere giustizia, intentando una causa presso l’Alta Corte di Strasburgo. Ma quello che stupisce è il suo perdono. “Anni fa ho deciso di non odiarli, gliel’ho detto anche in faccia che li perdonavo purché rivelassero la verità. Non cambio idea neanche adesso che sono tornati liberi”.
All’epoca dei fatti Zijo Ribic aveva appena otto anni, un’età sufficiente per far sì che quell’orrore si fissasse per sempre nella sua mente. Viveva in quel villaggio con i suoi genitori, le sorelle e il fratellino. “Mio padre lavorava da alcuni anni dall’altra parte del fiume Drina, in Serbia. In quell’estate del 1992 il suo datore di lavoro, un serbo, ci suggerì di abbandonare Skočić spiegando che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Ci allontanammo per qualche giorno ma poi decidemmo di tornare per non abbandonare le nostre case, e fu la fine”. La sera del 12 luglio arrivarono due camion con i paramilitari serbi. “Fecero saltare in aria la moschea del villaggio, poi accerchiarono la nostra casa e ci fecero uscire tutti”, racconta Zijo. “Davanti ai nostri occhi ammazzarono uno degli uomini con un colpo alla testa, poi violentarono le ragazze, tra cui una delle mie sorelle che aveva solo tredici anni. Infine ci caricarono sui camion e ci portarono via”. Li fecero scendere lungo un fossato e li freddarono uno dopo l’altro, a colpi di pistola, o sgozzandoli con i coltelli. “Mi dettero una coltellata alla nuca, ferendomi solo di striscio, e mi credettero morto. Finii sui corpi dei miei parenti ma il destino aveva deciso che dovevo sopravvivere per diventare testimone di quel massacro, nel quale ho perso mio padre, mia madre incinta di otto mesi, sei sorelle e un fratellino di due anni”. Ferito ma ancora vivo, Zijo riuscì a scappare, e con l’aiuto di alcuni soldati fu affidato alle cure dell’ospedale di Zvornik, dove rimase nascosto per oltre due anni prima di essere trasferito all’estero. Tornato in Bosnia dopo la guerra, è cresciuto in un orfanotrofio e con l’aiuto del Centro per il diritto umanitario di Belgrado diretto da Nataša Kandić ha intrapreso una lunga battaglia legale. “Inizialmente la rabbia e l’odio mi avevano travolto, ma poi ho deciso di perdonare quei criminali, che nonostante tutto non sono riusciti a togliermi la voglia di vivere. La nostra cultura ci ha abituati a lasciare il dolore nel luogo dove sono avvenuti i fatti. E a ricominciare da capo”. Da anni Zijo vive con la sua compagna a Tuzla, dove lavora come cuoco. “Sei mesi fa è nata nostra figlia, adesso è lei a darmi la forza di andare avanti”. Ogni tanto torna a Skočić, il villaggio della sua infanzia diventato ormai un luogo spettrale, dove si trova anche il cimitero di famiglia. Solo di recente è riuscito a dare una degna sepoltura ai suoi cari. Nelle fosse comuni sono stati rinvenuti prima i resti dei suoi genitori poi, due anni fa, quelli di quattro sorelle. Infine, l’anno scorso, sono stati ritrovati anche un’altra sorella e il fratellino. “Ormai manca solo l’ultima sorella. Poi li avrò sepolti tutti”.
RM

La pandemia che cambiò il mondo

Avvenire, 29.11.2018

Guillaume Apollinaire tornò dalle trincee della Prima guerra mondiale con una grave ferita alla tempia. Colpito da un proiettile di artiglieria, riuscì a salvarsi grazie a un delicato intervento chirurgico. Il faro dell’avanguardia letteraria francese sopravvisse al “grande spettacolo della guerra” – come lo definì lui – ma non ebbe alcuno scampo di fronte all’influenza spagnola, che di lì a poco lo uccise a soli 38 anni. Molti illustri artisti e intellettuali dell’epoca avrebbero condiviso la sua stessa fine. Anche Egon Schiele, Max Weber ed Edmond Rostand (l’autore di Cyrano de Bergerac) risultano tra le vittime della devastante calamità naturale che tra il 1918 e il 1920 colpì un abitante su tre del pianeta, causando la morte di decine di milioni di persone. Ma nonostante l’entità del fenomeno, le conseguenze dell’influenza “spagnola” che si diffuse su scala mondiale esattamente un secolo fa sono rimaste a lungo in ombra, offuscate dalla devastazione della Prima guerra mondiale e relegate a un ruolo secondario nei libri di storia. Soltanto negli Stati Uniti il morbo falciò mezzo milione di vite – circa dieci volte di più di quante ne uccisero i tedeschi durante la Grande guerra – eppure soltanto nelle aree urbane più colpite la malattia salì agli onori delle cronache. Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.
In occasione del centenario di un evento epocale ma ancora curiosamente misconosciuto della nostra storia recente, la giornalista scientifica inglese Laura Spinney ha dato alle stampe 1918, l’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), un libro a metà tra il saggio e la cronaca giornalistica che inquadra il fenomeno da un punto di vista storico, scientifico e culturale alla luce degli studi più recenti nei campi della virologia, dell’epidemiologia e della psicologia. Facendo innanzitutto notare che su quella immane catastrofe è sceso un inspiegabile oblio collettivo. Eppure – spiega Spinney – quella terribile pandemia ha di fatto riconfigurato la popolazione umana più radicalmente di qualunque altro evento successivo alla peste nera. Ha influito sul corso della Prima guerra mondiale e, verosimilmente, ha contribuito allo scoppio della Seconda. Ha avvicinato l’India all’indipendenza e il Sudafrica all’apartheid, ha stimolato la crescita dell’assistenza sanitaria nazionale e della medicina alternativa, l’amore per le attività all’aria aperta e la passione per lo sport ed è in parte responsabile dell’ossessione degli artisti del XX secolo per le infinite fragilità del corpo umano. In un primo momento i sintomi del morbo erano gli stessi di una comune influenza: mal di gola, mal di testa, febbre. Ma in molti casi si presentavano poi complicazioni come polmoniti batteriche in forma acuta, i malati sviluppavano in fretta difficoltà respiratorie e insorgevano dolori in gran parte del corpo. Seguivano sonnolenza e torpore, con febbre altissima, polso debole, lingua bianca, cefalea. Circa la metà delle morti si verificarono nel gruppo di età compreso tra i venti e i quarant’anni. Il morbo si propagò in breve tempo come un uragano e le contromisure mediche di prevenzione e cura si rivelarono perlopiù fantasiose, oltre che vane: gargarismi con chinino, camere di nebulizzazione dove fino a venti persone alla volta inalavano formalina o solfato di zinco. Fu, in generale, un brutto momento per la scienza, che non riuscì a trovare alcun rimedio e si accorse di non possedere alcuno strumento per identificare e neutralizzare l’agente invisibile del morbo. La virulenza della pandemia scatenò però una serie di comportamenti a metà tra il tragico e il bizzarro. In alcuni paesi si diffuse la convinzione che la malattia fosse neutralizzata dall’alcol, facendo aumentare vertiginosamente i casi di alcolismo. In Cile si dette la colpa alle classi più povere arrivando a incendiare le case nei villaggi più derelitti del paese, creando di conseguenza un’ondata di profughi che accentuò la diffusione dell’influenza. A Odessa, in Ucraina, la gente inscenò rituali religiosi arcaici per allontanare il flagello mentre in Sudafrica – e non soltanto lì – le persone di un colore iniziarono a incolpare quelle dell’altro. I missionari cristiani furono invece spesso gli unici a portare sollievo nelle zone più remote della Cina, dove all’inizio del 1918 si erano registrati i primi focolai a livello mondiale.
Complessivamente, l’influenza spagnola uccise circa cento milioni di persone, un numero di vittime superiore alla somma di entrambe le guerre mondiali. Oggi sappiamo che il virus responsabile della pandemia era di origine aviaria, proprio come quello che si verificò alcuni anni fa nel sudest asiatico. Gli scienziati sono riusciti a comprenderne le origini ma non a determinare perché ebbe conseguenze così letali. Le ragioni di una mortalità così spaventosa – spiega Spinney – furono sicuramente molteplici. Alla particolare virulenza del virus si sommarono elementi come la concomitanza con il bacillo di Pfeiffer, la malnutrizione presente da anni nelle popolazioni dei paesi in guerra, la mancanza di antibiotici per le complicazioni polmonari e le precarie condizioni igienico-sanitarie dei soldati in guerra. Ma vi furono, secondo Spinney, anche importanti conseguenze di carattere storico-politico. La negligenza degli inglesi nel curare l’influenza in India sarebbe stata infatti una delle ragioni della nascita del movimento per l’indipendenza indiano, mentre l’elevato numero di malati che si registrò nelle file dell’esercito tedesco avrebbe accelerato la conclusione della Prima guerra mondiale.
RM

Žadan: «La cultura è la vera arma dell’Ucraina»

Avvenire, 22.7.2018

“La cultura è un’arma nella guerra ibrida che stiamo combattendo in Ucraina da quattro anni. Ma a differenza della politica è capace di unire il paese senza ricorrere alla propaganda o al populismo”. Serhiy Zhadan non è soltanto il più famoso scrittore ucraino contemporaneo ma è anche una delle icone dell’Ucraina post-Maidan. È quindi naturale che sia diventato proprio lui l’anima della rinascita culturale del suo paese, il poliedrico capofila di una scena intellettuale che lo vede impegnato anche come poeta, compositore e musicista. Nelle prime settimane della rivoluzione arancione fu aggredito e picchiato da un gruppo di manifestanti filo-russi nel centro di Kharkiv, la città dove vive. La sua immagine con il volto insanguinato, scortato da due poliziotti, fece il giro del mondo e divenne uno dei simboli dell’onda democratica che travolse il suo paese. Oggi ha poco più di 40 anni ma ha già all’attivo una ventina di libri, tra romanzi e raccolte di poesia, ed è un intellettuale militante che ha scelto di non abbandonare l’Ucraina al suo destino e di diventare anche un ambasciatore della sua cultura in tutto il mondo. Organizza iniziative umanitarie, tiene conferenze nelle università statunitensi che sfociano spesso nella politica, visita periodicamente i soldati impegnati nei fronti di guerra nel Donbas e ha dato vita a una fondazione benefica che fornisce aiuti umanitari alle città colpite dal conflitto.

Nella foto: Serhiy Zhadan

Lo abbiamo incontrato a Firenze, durante una tappa del tour che l’ha portato in giro per l’Italia a presentare Mesopotamia (edizioni Voland, traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč), un romanzo a episodi che racconta con una metafora geografica la città di Kharkiv, anch’essa attraversata da due fiumi, situata a pochi chilometri dal confine con la Russia. Aveva invece descritto il paesaggio industriale dell’Ucraina orientale nel precedente La strada del Donbas, un’opera acclamata dalla critica internazionale come uno dei migliori romanzi dell’era post-sovietica. I personaggi che Zhadan tratteggia con una prosa a un tempo lirica e frenetica sono di solito in lotta alla ricerca della propria identità in ambienti ostili e violenti. Entrambi i romanzi li ha scritti però prima che divampasse il conflitto nella primavera del 2014. “La guerra ha cambiato tutto – ci spiega – non ha stravolto soltanto la vita delle persone ma anche la lingua e la letteratura, che sta cercando una nuova voce per esprimere quanto sta accadendo. Tra la gente è forte la consapevolezza che il nostro paese non tornerà più a essere quello di prima”. Zhadan ha sentito il bisogno di raccontare quella guerra con gli occhi dei civili non combattenti: l’ha fatto con Internat (Orfanotrofio), il suo nuovo romanzo attualmente in corso di traduzione in inglese, in tedesco, in russo e in romeno. Un’opera realistica e crudele che è stata definita una versione ucraina di La strada di Cormac McCarthy, dove il protagonista è Pasha, un giovane insegnante statale che vive in un piccolo paese e non comprende ciò che sta accadendo attorno a lui. Un giorno, uscendo di casa, osserva il passaggio delle truppe e decide di andare a prendere suo nipote, che vive in città, in un orfanotrofio che si trova al di là della linea del fronte. Per tre interminabili giorni si avventura in aree dilaniate dalla guerra, attraversa posti di blocco e incontra persone nascoste negli scantinati e nei rifugi. Riuscirà infine a salvarlo ma con lui dovrà intraprendere una nuova odissea per fare ritorno a casa. “L’ho scritto come se fosse la sceneggiatura di un film, per descrivere i sentimenti della gente comune, che oggi si dividono tra la disperazione e improvvise esplosioni di euforia. Un mese fa ho partecipato a un festival letterario organizzato da un gruppo di giovani vicino a Donetsk, una città che ha subito pesanti bombardamenti. C’erano più di un migliaio di persone e nei loro occhi ho notato la voglia di cambiamento del mio popolo”. La capacità di conciliare violenza e lirismo con un linguaggio crudo e immaginifico è forse la chiave del successo di Zhadan, che nel suo paese è ormai diventato un autore di culto anche nel campo della poesia, tanto da essere soprannominato “il Rimbaud ucraino”. Nel suo paese tiene spesso reading poetici che si trasformano in appuntamenti attesissimi ai quali partecipano migliaia di persone. Due territori linguistici, quelli della prosa e della poesia, nei quali lui sembra trovarsi ugualmente a suo agio. “Non faccio quasi mai distinzione – spiega – perché sono due linguaggi che appartengono al medesimo universo. Di solito preferisco la poesia quando la vita di un personaggio è soltanto abbozzata, credo che sia invece assai più adeguata la forma del romanzo quando l’intera storia si presenta di fronte a me nella sua interezza”. Anche la disputa linguistica tra russo e ucraino, che rappresenta uno dei nodi centrali del conflitto contemporaneo, Zhadan ha deciso di solcarla a modo suo, scrivendo in ucraino sebbene viva a Kharkiv, una città dove il russo continua a essere la lingua più parlata. “D’altra parte – ci spiega – prima della guerra il 70-80% del mercato librario era controllato e condizionato dai russi. Oggi le loro case editrici sono state estromesse dal nostro paese e ne sono nate di nuove, autoctone. Sta inoltre fiorendo finalmente un cinema ucraino [quest’anno uscirà anche il film tratto dal suo romanzo La strada del Donbas, ndr]. Stiamo assistendo a un vero rinascimento culturale. I tanti progetti che sono stati lanciati negli ultimi anni stanno modellando una nuova Ucraina. Per questo nutro un moderato ottimismo nei confronti del futuro”.
RM

Chi disse no al Vietnam

Il rifiuto più clamoroso fu quello di Muhammad Ali, che in un giorno di fine aprile del 1967 dichiarò pubblicamente di non voler imbracciare le armi nella guerra del Vietnam. Il grande pugile venne arrestato, accusato di renitenza alla leva, privato del titolo mondiale, e soltanto quattro anni dopo vide la sua condanna annullata in appello dalla Corte Suprema. In un’epoca nella quale l’obiezione di coscienza era ancora osteggiata e considerata un reato, l’opposizione a quel conflitto segnò per sempre una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti. Migliaia furono i soldati americani che disertarono, in quegli anni, mentre la prospettiva antimilitarista si manifestava anche nella letteratura con voci autorevolissime, da Kurt Vonnegut a Joseph Heller, da Jack Kerouac a Noam Chomsky. Eppure pochi grandi romanzi hanno raccontato finora la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi si rifiutò di indossare la divisa e ne pagò le conseguenze sulla propria pelle. Rappresenta una rara eccezione Saigon, Illinois di Paul Hoover, uscito negli Stati Uniti nel 1988 e pubblicato adesso per la prima volta anche in italiano da Carbonio editore nell’ottima traduzione di Nicola Manuppelli. La storia è quella del ventiduenne Jim Holder, che nell’estate del 1968 sceglie di negarsi alla leva e riesce a farsi assegnare a un servizio pubblico alternativo presso il Metropolitan Hospital di Chicago. Una struttura ospedaliera mastodontica, con novecento posti letto distribuiti su diciotto piani, nel quale dovrà occuparsi della lavanderia, delle pulizie, dei pasti e spesso anche dell’obitorio districandosi tra medici nevrotici, infermieri maldestri, pazienti in fin di vita e cadaveri in abbondanza. “Il lavoro non doveva essere degradante, anche se cercavano di renderlo tale, per semplice patriottismo. Perché quei ragazzi in Vietnam dovevano soffrire, mentre noi, obiettori di coscienza, potevamo cavarcela con lavoretti semplici?”, si chiede il protagonista. Quel microcosmo nel cuore dell’Illinois diventa con il passare del tempo il suo campo di battaglia, il suo Vietnam personale, quasi una metafora del conflitto e dell’atmosfera caotica dell’America della fine degli anni ‘60, in una quotidianità scandita da situazioni al tempo stesso grottesche e drammatiche. Scrittore, poeta e curatore delle principali antologie di poesia nordamericana contemporanea, Paul Hoover ci offre un punto di vista inedito su quella guerra con un romanzo generazionale dai tratti autobiografici. Essendo cresciuto all’ombra della chiesa pacifista di Brethren, in Ohio, dove suo padre era il pastore, la guerra è stata infatti una costante della sua infanzia e della sua giovinezza. Forse anche per questo è riuscito a descrivere magistralmente il senso di amarezza e di disillusione che segnò quell’epoca, stemperandola con robuste dosi di sarcasmo e ironia. Mentre la guerra prosegue, segnando di fatto il fallimento di una lotta politica e di una nazione intera, a Jim Holder non resterà alla fine altra scelta che la fuga. Dopo l’ennesima manifestazione pacifista perde infatti il suo status di obiettore, diventa a tutti gli effetti un disertore e come migliaia di altri giovani di quegli anni è infine costretto a scappare per evitare il carcere.
RM

Srebrenica, i conti con la memoria

Avvenire, 8.7.2018

Quest’anno Omer Dudic potrà finalmente seppellire i suoi cari morti nel genocidio. I resti di suo fratello Nijazija e di sua cognata Remzija, all’epoca incinta di sei mesi, sono stati riconosciuti grazie all’analisi del dna nel centro di identificazione di Tuzla e i loro nomi figurano oggi nella lista delle 35 persone che saranno tumulate l’11 luglio durante le celebrazioni per l’anniversario del massacro di Srebrenica. “In quei giorni del 1995 avevo appena vent’anni – ci racconta visibilmente commosso – e riuscii a salvarmi per miracolo, fuggendo attraverso i boschi e camminando per oltre cento chilometri a piedi nudi. Da allora non ho mai smesso di cercare i miei parenti”. Oggi Omer fa il contadino a Osmace, un villaggio a poca distanza da Srebrenica, immerso tra le verdi campagne che circondano la valle della Drina, al confine tra la Bosnia e la Serbia. Si stenta a credere che solo pochi anni fa un luogo così silenzioso e poetico sia stato teatro di una feroce pulizia etnica. Dei circa mille abitanti che vivevano qui all’epoca adesso ne sono rimasti appena un’ottantina. Poche case sparse abitate perlopiù da qualche anziana vedova, un memoriale alle vitime della guerra e intorno distese di campi a perdita d’occhio. Campi che potrebbero essere coltivati, se solo ci fossero ancora le braccia per farlo. Da qui si arriva a Srebrenica in meno di mezz’ora, scendendo lungo la strada che Ratko Mladic e le sue truppe di carnefici percorsero dopo la definitiva caduta della città. La fisionomia della piccola piazza del centro è stata modificata di recente da un imponente edificio rosso che ospita un albergo e una banca turca. Di fianco, il minareto della principale moschea cittadina è sovrastato dalla cupola della chiesa ortodossa. Dopo quanto è accaduto nella prima metà degli anni ’90, la convivenza tra la comunità serba e la minoranza musulmana è una scommessa quotidiana. Anche quest’ultima vive ormai con fastidio la rumorosa macchina delle celebrazioni che si attiva ogni anno l’11 luglio, la sfilata annuale delle delegazioni internazionali, i riflettori che si accendono per mezza giornata e poi si spengono di nuovo fino all’anno successivo. “È vero, questo sarà il primo anniversario dopo la condanna di Mladic e la chiusura della Corte penale dell’Aja – riconosce Bekir, che era un bambino durante la guerra – ma qua le notizie delle condanne arrivano come un’eco distante, che non sposta gli equilibri quotidiani della gente comune”. I sopravvissuti e i parenti delle vittime sono costretti a convivere ogni giorno con la memoria del genocidio e a confrontarsi con una ricostruzione morale e materiale che pur dopo tanti anni stenta ancora a decollare. Nonostante le iniziative di riconciliazione nate in questi anni il tessuto sociale della città appare irrimediabilmente distrutto. Lo si percepisce negli sguardi degli abitanti e nell’atmosfera surreale che si respira nelle strade, dove i segni della guerra sono ancora ben visibili, con palazzi bombardati e mai ricostruiti a cominciare dal grandioso hotel Domavia, affacciato sulla piazza principale, alle spalle della grande moschea cittadina. Di quella che un tempo era un’elleccenza turistica dell’era titina, oggi resta soltanto un macabro scheletro di cemento abbandonato. Ma tutta la città è ancora costellata da edifici distrutti e case ricostruite, in un’alternanza che pare una metafora delle cicatrici lasciate nelle persone. “Il processo di riconciliazione continua a essere ostacolato dalle ideologie nazionaliste che gettano sale sulle ferite di un dramma cominciato molto tempo prima di quello che il mondo ricorda”, ci spiega Hasan Hasanovic, curatore del centro di documentazione del memoriale di Potocari, nel quale è sepolto anche suo padre. L’assedio dei nazionalisti serbi alla città iniziò in un giorno di primavera di venticinque anni fa, nel 1993. “L’Onu aveva negoziato un cessate il fuoco, la popolazione si illuse di poter tirare il fiato e noi bambini uscimmo a giocare a calcio nel cortile della scuola – ricorda – ma all’improvviso dalle montagne circostanti iniziarono a piovere granate sulla città. Una colpì in pieno il campo da gioco ed esplose a pochi metri da me”. Quel giorno Hasan si salvò per miracolo ma vide morire quattordici suoi compagni di scuola. La mattanza che si sarebbe compiuta due anni più tardi segnò anche il fallimento della comunità internazionale, come ricorda anche la mostra fotografica allestita nei locali dell’ex base Onu di Potocari. Con le 35 sepolture previste quest’anno, il totale delle inumazioni supererà quota 6800 ma il lungo processo per ridare un’identità ai resti delle vittime prosegue, anche perché i boschi intorno a Srebrenica continuano a restituire le ossa sepolte nelle fosse comuni. Dragana Vucetic, antropologa forense del centro di ricerca sulle persone scomparse di Tuzla, confema che sono circa un migliaio di vittime che restano ancora da identificare.
RM