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Belfast, 50 anni fa iniziava il conflitto

Avvenire, 14 agosto 2019

“Personalmente non vedo proprio come Londra possa abbandonare l’UE senza far crollare l’accordo di pace in Irlanda del Nord. Temo che la fragile architettura istituzionale costruita nel 1998 non regga l’urto della Brexit. Dobbiamo restare uniti per evitare il peggio”. Eamonn McCann è lo storico leader del movimento per i diritti civili dell’Irlanda del Nord. Fu lui, cinquant’anni fa, a guidare le proteste pacifiche che vennero soffocate nel sangue dalla polizia e dall’esercito britannico, agli albori del conflitto. Oggi ha 76 anni e vive ancora a Derry, dove continua a svolgere attività politica. “Ricordo come se fosse ieri quando nell’agosto del 1969 vedemmo arrivare i soldati britannici nel ghetto cattolico di Bogside. Quel giorno oltrepassai il filo spinato delle barricate e chiesi loro cosa avevano intenzione di fare. Mi risposero letteralmente che non lo sapevano. Erano del tutto spaesati e non avevano idea di cosa stesse accadendo nel nostro paese”. Originario di una famiglia profondamente cattolica, McCann era già all’epoca uno dei leader carismatici del movimento. Poco più di due anni più tardi sarebbe stato tra gli organizzatori della marcia del 30 gennaio 1972, passata tristemente alla storia come Bloody Sunday (la “domenica di sangue”, in cui 14 civili furono uccisi dai soldati). “Le proteste contro le gravi discriminazioni subite dalla nostra gente scoppiarono a Derry in quegli anni”, spiega. All’inizio la popolazione si illuse che l’esercito britannico fosse arrivato in Irlanda per ristabilire la pace ma ben presto dovette ricredersi. “Facevo politica già da tempo, avevo preso parte alle mobilitazioni contro la guerra del Vietnam, e sapevo che i soldati non erano venuti a ristabilire la pace e l’ordine come diceva il governo di Londra, ma solo per prendere le parti dei protestanti. Bastarono poche settimane perché la gente capisse quali erano le loro reali intenzioni”. A mezzo secolo di distanza da quei giorni, l’anziano leader sostiene che il movimento per i diritti civili riuscì a far abolire il voto per censo e a porre fine alle gravi discriminazioni sul lavoro e nell’assegnazione degli alloggi. “Non siamo stati capaci di creare un’alternativa alla violenza ma l’emancipazione dei cattolici irlandesi arrivò grazie a noi, non per concessione del parlamento di Stormont, né in seguito alla lotta armata dell’IRA”. Oggi che la Brexit ha fatto riemergere i fantasmi del più lungo conflitto della storia europea recente non può però non dirsi preoccupato. “La posizione di Londra nei confronti dell’Irlanda è semplicemente priva di senso. L’accordo di pace è molto fragile e basta poco per farlo crollare”. “Boris Johnson ha detto che il confine rimarrà invisibile anche dopo la Brexit e ha escluso che possano tornare i controlli di sicurezza tra il nord e il sud dell’Irlanda. Ma se saranno davvero istituite due giurisdizioni sarà inevitabile ripristinare anche una frontiera fisica tra le due parti dell’isola”. “Al momento però”, conclude McCann, “credo che nessuno, neppure il governo britannico, possa sapere con precisione quello che accadrà tra un mese o tra una settimana”.

L’Irlanda del Nord precipitò all’inferno nell’estate di 50 anni fa. L’arrivo dell’esercito britannico, il 14 agosto 1969, innescò una drammatica escalation di violenza che segnò l’inizio del conflitto. Due anni prima, nei ghetti cattolico-nazionalisti di Derry e Belfast, era nato il movimento per i diritti civili, che reclamava giustizia e democrazia ispirandosi alle lotte pacifiche dei neri statunitensi. Chiedeva il diritto di voto, il diritto alla casa, l’abolizione delle discriminazioni sul lavoro e delle leggi repressive che colpivano da sempre la minoranza cattolica. Le marce e le manifestazioni del movimento venivano regolarmente attaccate dagli unionisti protestanti appoggiati dalle forze di polizia. Nell’agosto 1969 scoppiarono violenti pogrom a Belfast: centinaia di case vennero date alle fiamme, le famiglie cattoliche furono cacciate dai loro quartieri. Ma gli scontri peggiori si verificarono a Derry, con due giorni di guerriglia urbana nel ghetto cattolico di Bogside. Londra decise di inviare l’esercito nel tentativo di ristabilire l’ordine e dette il via a un’operazione militare destinata a durata oltre trent’anni. Il tragico bilancio di quell’estate di 50 anni fa fu di otto morti (tra cui il piccolo Patrick Rooney, di appena 9 anni, ucciso dalla polizia in casa sua), un migliaio di feriti e 30mila profughi. Quelle violenze trasformarono una protesta pacifica in un’insurrezione armata, convincendo molti giovani ad aderire all’IRA, l’esercito separatista clandestino. Il conflitto sarebbe terminato tre decenni più tardi, con l’accordo di pace firmato a Belfast il 10 aprile 1998.

RM

Affonda la H&W, a Belfast si chiude un’era

Avvenire, 9 agosto 2019

Chissà se stanno per andarsene anche loro, Sansone e Golia, le due gigantesche gru gialle che svettano nel cielo di Belfast. Forse la chiusura definitiva degli storici cantieri navali Harland & Wolff cambierà per sempre anche il panorama della città, oltre al futuro del paese. È più che lecito domandarselo, adesso che l’industria-simbolo dell’Irlanda del Nord sta per esalare l’ultimo respiro, soffocata da una crisi che affonda le sue radici nella seconda metà del Novecento. Gli ultimi residui di quell’eccellenza dell’ingegneria navale europea sono andati in amministrazione controllata dopo 158 anni di onorata attività, schiacciati dalla concorrenza dei colossi asiatici. Nel giugno scorso i norvegesi di Dolphin Drilling, da trent’anni proprietari dell’azienda, hanno presentato istanza di fallimento e messo in vendita i cantieri navali di Belfast ma da allora nessun possibile compratore si è fatto avanti. In questi giorni sono state recapitate le lettere di licenziamento ai 130 lavoratori rimasti, che adesso stanno occupando gli stabilimenti in una forma di protesta disperata. Erano più di 35mila nel periodo tra le due guerre mondiali e negli anni ‘70 la forza-lavoro superava ancora le 10mila unità. Fondata nel 1861 dall’imprenditore inglese Edward Harland e dal suo socio tedesco Gustav Wolff, la Harland & Wolff divenne in breve tempo il più grande produttore di transatlantici del mondo e l’orgoglio industriale dell’impero britannico. Nel 1936 entrò anche nel settore aeronautico ed ebbe un ruolo fondamentale nell’industria bellica: durante la Seconda guerra mondiale costruì sei portaerei, due incrociatori, oltre un centinaio di navi e ne riparò più di 20mila. Prima di subire gravi danni in seguito ai pesanti bombardamenti dell’aviazione del Terzo Reich produsse anche aerei, carri armati e pezzi d’artiglieria. La storia dell’azienda è stata anche fortemente segnata dal settarismo e dalle discriminazioni contro la minoranza cattolica dell’Irlanda del Nord. I cantieri navali di Belfast sono da sempre una roccaforte del lealismo protestante e dalla fine del XIX secolo i pochi cattolici che vi hanno lavorato sono stati vittime di intimidazioni, violenze ed espulsioni di massa.
La Harland & Wolff sembrava un’azienda inaffondabile come il Titanic, che uscì da questi cantieri nel 1912 per affrontare il suo primo e unico viaggio nell’Oceano. Il declino dell’industria cantieristica britannica iniziò negli anni ‘50, in seguito alla minore richiesta di navi passeggeri e della crescente concorrenza giapponese. Negli anni ‘70 le gravi difficoltà del settore spinsero il governo di Londra a nazionalizzare l’azienda, che nel 1989 venne infine ceduta a una cordata guidata dal magnate della cantieristica norvegese Fred Olsen. Il numero dei dipendenti era già sceso a tremila. Negli ultimi anni, con il settore delle imprese di costruzione navale ormai quasi completamente in mano a Cina, Corea del Sud e Giappone, l’ex gigante britannico è stato costretto a convertire le proprie attività, dedicandosi esclusivamente alla riparazione di navi e piattaforme petrolifere, e alla costruzione di turbine eoliche offshore. L’ultimo bilancio presentato da Harland & Wolff risale al 2016: riporta una perdita di quasi sei milioni di sterline e un fatturato crollato ad appena otto milioni, dai sessantasette dichiarati nel 2015. Adesso la BDO, una delle più importanti società di revisione contabile della Gran Bretagna, è stata incaricata dall’Alta Corte di Belfast di svolgere la procedura di amministrazione controllata per cercare di evitare un crac definitivo che appare sempre più vicino. Il crepuscolo della Harland & Wolff arriva peraltro in un momento in cui tutta l’economia del Nord Irlanda – che ha già perso gran parte del suo vasto settore manifatturiero – si trova a dover affrontare le imminenti conseguenze della Brexit. Ecco perché la completa rinazionalizzazione dei cantieri navali chiesta a gran voce dai sindacati appare molto più che un’utopia. Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è inoltre il fatto che da oltre due anni e mezzo l’Irlanda del Nord è priva di un governo. I lavoratori, chiusi da giorni all’interno del cantiere, sono decisi a continuare la protesta a oltranza. Ma nella sua prima visita in Irlanda del Nord da capo del governo Boris Johnson non ha neanche voluto incontrarli, sostenendo che la crisi della Harland & Wolff “è soltanto una questione commerciale”.
RM

“Sumud”, la meglio gioventù della Palestina

È una calda notte d’estate senza stelle e la musica risuona a tutto volume da una grotta nel deserto a sud di Hebron. Sami, Hammoudi e Adib hanno all’incirca vent’anni e ballano la dabka, una danza popolare mediorientale, davanti a un gruppo di volontari internazionali che scandiscono il ritmo battendo le mani. Nella notte altri giovani arrivano dai villaggi circostanti per fare festa all’insegna del “Sumud”, una parola araba che significa ‘resilienza’.  In questa distesa di colline di pietra e pascoli per le pecore due anni fa questi ragazzi hanno dato vita al “Sumud Freedom Camp” di Sarura, un’esperienza di resistenza nonviolenta che ha l’obiettivo di salvare le loro terre. Hanno ripulito la zona, costruito terrazzamenti con muretti a secco e piantato alberi di ulivo. Ma soprattutto hanno ristrutturato le antiche grotte e le caverne che un tempo erano abitate dalle famiglie palestinesi. La grotta più grande è stata pavimentata e adibita a sala riunioni, poi hanno costruito i bagni e allestito le cucine. Donne, uomini e bambini presidiano a turno le caverne notte e giorno, insieme ad attivisti internazionali e israeliani. “Per far rivivere Sarura volevamo rendere le grotte abitabili in modo che le famiglie cacciate di qua tanto tempo fa potessero finalmente ritornare”, ci spiega Sami, che studia diritto internazionale all’università di Yatta. Molti dei giovani del gruppo di Sumud provengono dal vicino villaggio di At-Tuwani e credono fermamente nella tradizione di nonviolenza nata nell’area molto tempo fa, e che negli anni ha coinvolto molte Ong israeliane tra cui B’Tselem, Ta’ayush e Rabbini per i diritti umani, oltre ai volontari cattolici di Operazione Colomba. I villaggi di At-Tuwani e Sarura si trovano nella cosiddetta “area C” della Cisgiordania, sotto il totale controllo civile e militare israeliano, e sono stretti tra Havat Ma’on e Avigayil, due avamposti israeliani considerati illegali dalla stessa Alta Corte di Tel Aviv e abitati dai sionisti più radicali. Da quasi due anni i giovani di Sumud si oppongono al tentativo di coloni ed esercito di collegare due colonie israeliane rubando la terra del villaggio di Sarura. In questi mesi hanno subito continue vessazioni: si sono visti confiscare i materassi, i materiali da lavoro e i generatori dai militari. I coloni si sono presentati spesso di notte, a volto coperto, per minacciarli e costringerli ad andarsene. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’area, risalente al 2018, ha denunciato un picco di violenze compiute dagli abitanti dei due avamposti contro i civili palestinesi. Le telecamere degli operatori umanitari hanno documentato ripetuti attacchi contro i pastori che pascolano il gregge, contro le donne e i bambini. Nel maggio scorso il gruppo dei Rabbini per diritti umani ha inviato una petizione all’Alta Corte israeliana denunciando le violenze subite dai bambini palestinesi che la mattina vanno a scuola percorrendo la strada che costeggia i due avamposti. La petizione precisa che impedire l’accesso sicuro alla scuola rappresenta una violazione dei valori fondanti della legge israeliana e del diritto umanitario internazionale. “I coloni più estremisti aggrediscono i bambini nella strada che collega i villaggi di At-Tuwani e Tuba. Li insultano, li picchiano e li prendono a sassate perché non vogliono che i palestinesi camminino su queste terre”, denuncia Giuseppe, un volontario di Operazione Colomba. “La strada alternativa è molto più lunga, e li costringerebbe a partire da casa un paio d’ore prima”. Alcuni anni fa una volontaria internazionale che scortava i bambini venne colpita da un sasso e Israele fu costretto a prendere provvedimenti. La Commissione diritti dell’infanzia della Knesset decise di far intervenire l’esercito, fornendo una scorta militare ai bambini che andavano a scuola. “Ma i problemi non sono stati risolti, perché spesso i soldati arrivano in ritardo, o non arrivano affatto”, aggiunge Giuseppe. E allora sono i ragazzi di Sumud, insieme ai volontari di Ta’ayush e di Operazione Colomba, a darsi il turno per accompagnare i bambini a scuola cercando di proteggerli dagli attacchi dei coloni. Alla violenza e ai soprusi la popolazione di At-Tuwani ha deciso di rispondere con le armi della legge, appellandosi alle stesse istituzioni israeliane, e documentando le violazioni dei diritti umani e delle norme internazionali. “La nonviolenza non è solo una scelta morale ma anche strategica”, ci spiega Hafez, l’anziano coordinatore del Comitati popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani. “Israele ci descrive come criminali ma noi abbiamo deciso di dimostrare all’opinione pubblica che così possiamo neutralizzare la violenza dei coloni. Nelle colline a sud di Hebron abbiamo raggiunto obiettivi importanti e siamo convinti che questa sia la soluzione più efficace”. Il movimento popolare di resistenza nonviolenta di At-Tuwani è diventato un modello per tanti villaggi della Cisgiordania. La scuola, tirata su dagli abitanti e poi difesa dalla demolizione, copre l’intero ciclo scolastico – dall’asilo alle scuole superiori – ed è frequentata da circa duecento bambini e ragazzi provenienti da tutti i villaggi del circondario. Negli anni, oltre alla scuola, sono stati costruiti un ospedale, una rete idrica e le strade sono asfaltate. “La solidarietà che venite a portarc dall’estero per noi è molto importante ed è fondamentale che raccontiate in giro quello che sta accadendo qua”, conclude Hafez.
RM

Berlino, ricucita dall’arte, 30 anni dopo il Muro

Avvenire, 12 luglio 2019

Una passeggiata lungo la Karl-Marx-Allee, nel cuore di quella che un tempo fu Berlino est, dà ancora la sensazione di trovarsi in una città sovietica. Tutto intorno restano ben visibili i segni dell’urbanistica socialista. Il viale scelto come vetrina di rappresentanza del regime ospitò anche la grande parata commemorativa del quarantennale della Repubblica Democratica tedesca, il 7 ottobre 1989. Quel giorno niente lasciava immaginare che il Muro sarebbe stato abbattuto appena un mese dopo. Adesso la prima cosa che si nota è l’enorme palazzo di cemento della Haus der Statistik. Ultimata nel 1970, ospitava la sede degli uffici statistici della Repubblica democratica tedesca ma i tre piani più alti erano riservati alla Stasi, la temutissima organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania est che teneva sotto stretto controllo i propri cittadini. Sulla facciata dell’edificio – in disuso da anni – troneggia a caratteri rossi la gigantesca scritta “Stop wars”. Non è una delle tante installazioni artistiche disseminate per la città ma un monito lanciato da chi ha visto la fine della Seconda guerra mondiale solo alla fine del ‘900. Nonostante siano passati trent’anni dal crollo del Muro, Berlino è ancora una città in costante cambiamento, che cerca di metabolizzare il suo doloroso e ingombrante passato anche attraverso un’incessante mutazione urbanistica. Alcuni simboli di quella distopia orwelliana che si materializzò nella Germania est sono rimasti al loro posto, come la maestosa Fernsehturm di Alexanderplatz, l’antenna televisiva alta 368 metri che il regime fece costruire nel 1969 per far credere di essere all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e architettonico. Da tempo i berlinesi l’hanno ribattezzata “la vendetta del Papa”, perché nei giorni di sole la sfera metallica della torre crea uno strano gioco di luci che lascia intravedere una croce. Quel presunto segno divino non piacque affatto ai funzionari del regime socialista, che avevano messo all’indice ogni religione e distrutto i luoghi di culto in favore dell’ateismo universale. Persino il presidente statunitense Ronald Reagan, in un discorso pronunciato nel 1987 di fronte alla porta di Brandeburgo, citò l’aneddoto spiegando che “a Berlino i simboli di pace e di culto, non possono essere soppressi”.
Oggi nella capitale tedesca l’arte si è presa la rivincita definitiva di fronte all’orrore della guerra, della dittatura e della privazione dei più elementari diritti umani. All’angolo tra Friedrichstrasse e Zimmerstrasse, all’altezza del Checkpoint Charlie, si trova l’installazione dell’artista Yadegar Asisi, una costruzione cilindrica d’acciaio che racconta la vita quotidiana nella città divisa. Il concetto centrale dell’opera è la capacità delle persone di adattarsi alle condizioni più difficili pur di cercare di condurre una vita normale. Per anni la geometria della Guerra fredda divise strade e intere famiglie. La mattina del 13 agosto 1961 i berlinesi dell’est si svegliarono circondati da una barriera di mattoni sormontata dal filo spinato, issata per impedire le sempre più frequenti fughe nell’ovest. Per costruire il Muro era bastata una sola notte. Nei giorni successivi fu rinforzato con il cemento armato e alzato fino a cinque metri. Tutto intorno, mine e congegni d’allarme bloccavano i tentativi di fuga. Ogni forma di comunicazione fu resa impossibile: chi provava a spostarsi da una parte all’altra rischiava la vita. Per buttarlo giù fu necessario attendere ventotto anni e il crollo dell’Impero sovietico. Ma nel frattempo il Muro aveva fatto oltre un centinaio di vittime. L’ultima fu il ventenne Chris Gueffroy, abbattuto dai proiettili delle guardie di frontiera pochi mesi prima di quel fatidico 9 novembre mentre tentava di scappare in Occidente. Ai Mauertoten (le morti causate dal Muro) è dedicato il “Parlamento degli alberi contro la violenza e la guerra”, il luogo commemorativo ideato dall’artista tedesco Ben Wagin nella zona dell’ex striscia di confine, vicino al Reichstag. Tra i quartieri un tempi divisi di Friedrichshain e Kreuzberg si trova invece la “East Side Gallery”, una grandiosa galleria d’arte a cielo aperto. Sul più lungo pezzo di muro tuttora in piedi, esteso per circa un chilometro e mezzo, è stato creato negli anni un straordinario memoriale alla libertà composto da centosei murales realizzati da artisti di tutto il mondo. Tra i graffiti presenti – tutti incentrati sul tema della pace e della fine della Guerra fredda – i più noti sono quello della Trabant che sfonda il Muro e quello che riproduce il famoso “bacio fraterno” del 1979 fra i due leader comunisti Erich Honecker e Leonid Brežnev. Proprio qui, quasi per un curioso contrappasso storico, nel 2013 i berlinesi scesero in strada per protestare contro un colosso immobiliare che voleva abbattere una parte di muro per far spazio a nuove costruzioni. Dopo essere stato per tanti anni sinonimo di morte e negazione della libertà, oggi ciò che resta del Muro di Berlino è diventato un simbolo da difendere e preservare per le nuove generazioni. Non a caso proprio quest’anno, nel trentennale della caduta, il governo cittadino ha stanziato dodici milioni di euro per il restauro delle parti conservate, dei percorsi commemorativi e delle iniziative dedicate alla memoria. Quella barriera lunga oltre 162 chilometri, oggi riflessa sul selciato nella scritta “Berliner Mauerweg”, è diventata una grande attrazione turistica. Lo confermano le schiere di visitatori che si radunano ogni giorno sulla Bernauer Strasse, in un quartiere che vide molte case divise in due tra est e ovest, e dove dal 2011 si trova il Memoriale del Muro, una mostra multimediale che soltanto l’anno scorso è stata visitata da oltre un milione e 100mila persone.
RM

Sopravvivere all’assedio

Betlemme (Palestina)

Questa terra è della tua famiglia, da quattro generazioni. Lo dimostrano i documenti ufficiali di epoca ottomana, datati 1916. Quarantadue ettari di terreno coltivabile a 900 metri d’altezza, affacciati sulla valle. Ma quasi trent’anni fa il governo israeliano iniziò a far costruire tutto intorno nuove case per i coloni. Quei mostri di cemento spuntavano uno dopo l’altro come funghi velenosi. A est, a sud, a nord. Finché non ti hanno circondato con cinque insediamenti di coloni ebraici. Eravate sotto assedio. Solo il verde dei tuoi alberi d’ulivo riusciva a curare le ferite di quella vista. I tuoi antenati avevano piantato i loro rami nella terra e le loro radici nel cielo. A te e alla tua famiglia sono serviti anni di sudore per coltivarli. Poi un giorno vi hanno detto che dovevate andarvene, perché serviva spazio per costruire altri mostri. Proprio lì, sulla tua terra. Li hai zittiti tirando fuori quegli antichi documenti. Mi chiamo Daoud, in arabo significa Davide, come il secondo re di Israele. Gli hai spiegato che il tuo bisnonno aveva comprato quei terreni ai tempi degli ottomani. La legge ti dava ragione ma intanto in fondo alla valle continuavano a costruire, mentre i soldati e i coloni iniziarono a intimidirvi. Un giorno sono arrivate le ruspe per distruggere i tuoi alberi di ulivo. Sapevano bene che per un palestinese come te quella pianta è un albero sacro, quasi come un figlio, e proprio per quello ne hanno abbattuti più di duecento. Quel giorno ti hanno strappato un pezzo di anima. Mahmoud Darwish diceva che l’ulivo insegna ai soldati a deporre le armi e li rieduca alla tenerezza e all’umiltà. Allora anche un grande poeta può sbagliarsi, hai pensato. Ma sei riuscito a controllare la tua rabbia, a non farla diventare odio, a trasfigurare le forze negative in energia positiva.

A sinistra:: Daoud Nassar

Intanto la solidarietà che continuava ad arrivarvi da tutto il mondo era diventata un fiume in piena. Una marea inarrestabile di giovani volevano partecipare al progetto di nonviolenza attiva e di educazione all’ambiente che avevate chiamato Tenda delle nazioni. Al cuore della vostra scelta nonviolenta c’era una profonda fede cristiana. “Ci rifiutiamo di essere nemici”, hai scritto su quella grossa pietra, davanti all’ingresso della fattoria. Eppure i coloni e l’esercito stavano facendo di tutto per renderti la vita impossibile. Dopo gli ulivi hanno tagliato gli albicocchi, a centinaia, hanno bloccato la principale strada di accesso alle tue terre. E poi le minacce, le intimidazioni, le piccole violenze quotidiane. Quando hanno capito che non cedevi, e che la legge era dalla tua parte, hanno anche provato a comprarti. Dicci quanto vuoi e vattene di qua per sempre. Un sorriso amaro ha solcato le tue labbra mentre gli spiegavi che nessuna cifra potrà mai convincerti a vendere una terra che hai ereditato dai tuoi avi. Hanno cercato di isolarvi in tutti i modi. Ma non ci sono riusciti. Niente è impossibile, dicevi, neanche far crescere una grande fattoria senza acqua, né luce. Ti sei convinto che abbandonarsi al vittimismo non sarebbe servito a niente. Che non avresti mai risposto alle loro provocazioni, perché violenza genera solo altra violenza. Ma di abbandonare tutto e andartene non vuoi neanche sentir parlare. Per procurarti l’elettricità hai realizzato un sistema di pannelli solari che ti consente di avere la luce tutto il giorno. Per rifornirti di acqua hai costruito un meccanismo di raccolta delle acque piovane. Non ti sei fermato neanche di fronte ai divieti di costruire sulla tua terra. Se non posso costruirci sopra vorrà dire che lo farò nel sottosuolo, hai pensato. E con l’aiuto di tanti volontari hai scavato quelle grandi grotte attrezzate con camere, bagni e cucine. Da allora vivete là dentro, proprio come il tuo bisnonno cento anni fa. Avevi deciso di dimostrare a te stesso che tutto è possibile, che anche i grandi problemi possono diventare piccoli ostacoli, quando si imbocca la strada della resistenza nonviolenta, della creatività, della fede. Così avete ripiantato gli alberi e adesso avete raccolti tutti i mesi dell’anno, in un luogo dove cristiani e musulmani lavorano insieme per la pace, per la tolleranza, per l’ambiente. Presto Israele avrà completato il muro dell’apartheid e voi vi ritroverete completamente isolati. Ma il cielo, almeno quello, non potranno mai dividerlo.
RM