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“Gli irlandesi torturati dall’esercito come a Guantanamo”

Intervista a padre Raymond Murray (Avvenire, 8.8.2017)

L’ultimo grande difensore dei diritti umani d’Irlanda vive nella cittadina di Armagh, in un piccolo quartiere di recente costruzione situato ai piedi della cattedrale di San Patrizio, sede primaziale di tutta l’isola. Monsignor Raymond Murray ha oggi più di ottant’anni e dopo aver speso la sua intera esistenza a denunciare le torture nelle carceri, gli omicidi extragiudiziali e gli errori giudiziari che hanno solcato il più lungo conflitto europeo dell’era moderna, attende da un mese all’altro la sentenza che potrebbe suggellare una vita di battaglie. A breve la Corte europea dei diritti umani dovrebbe pronunciarsi sul caso degli “incappucciati” (Hooded Men), quattordici cittadini cattolici dell’Irlanda del Nord che nel 1971 furono arrestati dall’esercito britannico senza alcuna accusa a loro carico e sottoposti per giorni a brutali tecniche di privazione sensoriale. “Londra aveva appena introdotto l’internamento senza processo per punire la popolazione dei ghetti cattolici che rivendicava i propri diritti e in un giorno d’agosto oltre trecento persone furono arrestate indisciminatamente”, ricorda padre Murray. “Quei quattordici uomini furono torturati a lungo, costretti a stare in piedi per ore con le gambe e le braccia divaricate, sottoposti a un costante e assordante rumore metallico, privati del sonno, del cibo e dell’acqua. É un caso estremamente simbolico perché costituì la premessa di quello che è successo in tempi più recenti in Afghanistan e in Iraq, sempre ad opera dell’esercito britannico e di quello statunitense”.
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L’utopia operaia di Bruno Borghi

Avvenire, 5.8.2017

La fabbrica rappresentava per lui l’utopia di un mondo nuovo, “un luogo dov’era possibile tutto”, dove poteva compiersi il cambiamento della società e la trasformazione delle persone. È il 1950 quando don Bruno Borghi entra alla fonderia del Pignone, si sfila la tonaca e indossa la tuta da lavoro. Il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, l’aveva autorizzato a entrare come operaio nella storica fabbrica fiorentina, riconoscendo nella sua scelta un ideale di povertà, non uno stratagemma per contrastare l’ateismo diffuso tra i lavoratori, meno che mai un tentativo di convertire gli operai. Don Bruno si immedesimò incondizionatamente in quella nuova realtà, diventando simile alla gente che viveva del proprio lavoro e lottava ogni giorno per conservarlo. In poco tempo riuscì a stabilire ottime relazioni con gli altri operai, con i quali affrontò tutti i passaggi più faticosi e pericolosi del processo produttivo, confrontandosi con il problema del cottimo, degli scioperi, delle rivendicazioni.
Fin dagli anni del seminario, Bruno Borghi aveva visto nella condizione operaia “l’annuncio autentico di quei valori evangelici capaci di rivitalizzare una realtà ecclesiale ferma al Medioevo”. Insieme ad alcuni compagni seminaristi – tra i quali c’era anche Lorenzo Milani – aveva attinto alle riflessioni teologiche provenienti soprattutto dalla Francia, che cercavano di rompere con il conservatorismo della Chiesa dell’epoca. Nell’immediato dopoguerra, da poco ordinato sacerdote, aveva trascorso le sue prime esperienze nei quartieri popolari, condividendo la volontà di riscatto di giovani, operai e contadini. A Barbiana, don Milani si sarebbe fatto indirizzare proprio da lui verso la lotta di classe e la conoscenza del mondo del lavoro, sostenendo che Borghi era l’unico prete che sapeva parlare con la classe operaia. “Da lui ho tutto da imparare”, affermò. Si racconta che fosse anche la sola persona di cui don Lorenzo avesse mai avuto soggezione. La storia straordinaria e assai poco nota di Bruno Borghi è stata ricostruita nel dettaglio da Antonio Schina in una biografia appena uscita, Bruno Borghi. Il prete operaio (Editrice Centro di documentazione Pistoia, 128 pagg.) che riporta in appendice anche alcuni dei suoi scritti più significativi.
Proprio mentre in Francia i preti operai stavano per essere sospesi per decreto papale, a Firenze veniva avviata la prima esperienza italiana di un prete in fabbrica. Il provvedimento di sospensione arriverà di lì a poco anche in Italia, e il valore di quell’esperimento sarà riconosciuto soltanto nel 1971, durante il papato di Paolo VI. Una scelta simile, in anni di feroce contrapposizione fra cattolici e comunisti, non avrebbe mancato di creare scandalo. Insieme a figure come Ernesto Balducci, Giulio Facibeni, Luigi Rosadoni, Enzo Mazzi e lo stesso don Milani, Borghi favorì la nascita di quel laboratorio politico ed ecclesiale che a partire dagli anni ‘50 diede origine all’apertura del dialogo tra cattolici e comunisti. Lui fu senza dubbio quello che fece le scelte più estreme e dirompenti. Nel 1958 era cappellano alla parrocchia di Sant’Antonio al Romito, nel cuore del quartiere operaio di Rifredi, quando scoppiò il caso delle officine Galileo. La più grande fabbrica metalmeccanica fiorentina aveva deciso di licenziare quasi un migliaio di lavoratori, esasperando le lotte operaie iniziate qualche anno prima. La fabbrica fu occupata per diciotto giorni e dopo lo sgombero, centocinquanta operai e sindacalisti finirono sotto processo. Tra questi c’era anche don Bruno, che durante la protesta si era recato tutti i giorni in fabbrica per partecipare alle riunioni, per avere notizie sulle trattative, per portare la solidarietà dei parrocchiani. Scrisse anche una lettera che sosteneva l’occupazione definendola “un atto rispondente in pieno alla morale evangelica” e finì rinviato a giudizio per istigazione a delinquere.
Fino ad allora il cardinale Dalla Costa l’aveva tollerato, ma fu infine costretto a revocargli il permesso per lavorare in fabbrica. Fu poi il suo successore, il vescovo Ermenegildo Florit, a esiliarlo a Quintole, un pugno di case sperdute nel comune di Impruneta, quasi una Barbiana sulle colline di Firenze. Ma la parabola di questo “operaio-prete” – come amava definirsi lui – proseguì in altre realtà fiorentine, dalla Galileo alla Gover, una fabbrica di gomme ad alta nocività dalla quale venne poi licenziato per attività sindacale. Intanto altri sacerdoti avevano seguito il suo esempio in tutta Italia, entrando in fabbrica o cominciando a lavorare come artigiani, a fianco del popolo. L’amicizia e la vicinanza con Lorenzo Milani li avrebbe portati anche a iniziative comuni – come la denuncia del ruolo ambiguo dei cappellani militari sull’obiezione di coscienza – ma non impedì che i due si trovassero talvolta anche in disaccordo. Un giorno, mentre il priore e i suoi ragazzi stavano scrivendo la famosa Lettera a una professoressa, Borghi andò a Barbiana per criticare il suo approccio. “A voi – gli disse – pare tanto importante che i ragazzi vadano a scuola e ci stiano tutto il giorno. Ne usciranno individualisti e apolitici come gli studenti. Il terreno che occorre per il fascismo. Finchè gli insegnanti e le materie sono quelli che sono, meno i ragazzi ci stanno e meglio è. È una scuola migliore l’officina. Per mutare insegnanti e contenuto ci vuole ben altro che la vostra lettera. Questi problemi vanno risolti sul piano politico”. Nel 1981 arrivò infine lo strappo definitivo con la Chiesa: don Bruno decise di abbandonare il sacerdozio e la parrocchia di Quintole, ma non prima di aver ottenuto l’impegno scritto dalla Curia che la canonica avrebbe continuato ad ospitare disabili. Spiegò che non si riconosceva più nella Chiesa come istituzione ma non avrebbe mai smesso di occuparsi dei poveri, degli emarginati, degli operai con l’obiettivo di liberarli dall’oppressione e dallo sfruttamento. Negli ultimi venticinque anni della sua vita avrebbe fatto il contadino sulle colline di Firenze, l’operaio in una cooperativa agricola in Nicaragua, e fino alla fine avrebbe prestato la sua opera come volontario a fianco dei detenuti del carcere fiorentino di Sollicciano. È morto nel 2006, all’età di 85 anni.
RM

Mandela, “così ho vinto il mio carcere”

Avvenire, 30.7.2017

Nelson Mandela è una di quelle figure monumentali del Novecento sulle quali si ritiene di sapere ormai già tutto, data la quantità di libri, saggi e studi che sono stati scritti da e su di lui, a cominciare dall’imprescindibile autobiografia Lungo cammino verso la libertà, uscita per la prima volta in edizione italiana nel 1995. Eppure, la raccolta di lettere inedite dalla prigione che uscirà in contemporanea in tutto il mondo il 18 luglio 2018, in occasione del centenario della sua nascita, svelerà molti particolari finora ignoti sulla sua vita e la sua straordinaria lotta politica.

L’opera, annunciata nei giorni scorsi dalla Fondazione Nelson Mandela, sarà composta da 250 lettere quasi tutte inedite, che il padre del Sudafrica post-apartheid scrisse durante i lunghi anni di prigionia, dal 1962 al 1990. Organizzate cronologicamente e divise in quattro sezioni, ciascuna per ogni carcere che lo ospitò in quegli anni (Pretoria, Robben Island, Pollsmoor e infine il Victor Verster di Paarl, nei pressi di Città del Capo, dal quale fu liberato l’11 febbraio 1990), arrivano tutte dagli archivi Mandela, dalle collezioni private della famiglia e dagli archivi governativi, le cui restrizioni sono state ridotte col trascorrere degli anni. Decine e decine di lettere che il più famoso prigioniero politico del Novecento scrisse ai familiari, ai sostenitori, ai funzionari del governo e alle autorità carcerarie, il cui contenuto spazia dalle questioni familiari agli argomenti strettamente politici, fino alla vita quotidiana in prigione. Da quanto è emerso finora, si sa che contribuiranno a delineare un ritratto intimo dell'”uomo” Mandela, che troppo spesso è rimasto schiacciato dalla sua figura di leader politico. Alcuni estratti delle lettere sono stati anticipati dal New York Times. In uno di questi, Mandela si rivolge alla moglie Winnie chiedendole informazioni sulle sue precarie condizioni di salute. In una missiva inviata dalla prigione di Robben Island, il futuro premio Nobel si dice felice di sapere che la sua amata consorte, affetta da gravi problemi di cuore, verrà curata da ottimi specialisti. In alcune altre ribadisce invece che soltanto il coraggio e la determinazione possono far superare ostacoli apparentemente insormontabili, preparando il terreno per la vittoria finale. Altre ancora raccontano invece nel dettaglio alcune fasi strazianti della sua vita, come quando gli venne negato il permesso per partecipare ai funerali della madre e poi anche a quelli del figlio, che morì in un incidente d’auto nel 1969. Sarà quindi la sua stessa voce a regalarci un nuovo profilo autobiografico del grande leader sudafricano, a raccontarci come sia riuscito a mantenere intatto il suo spirito durante i lunghi periodi in isolamento, a dialogare col mondo esterno che a poco a poco iniziava a mobilitari per la sua liberazione e a solidarizzare con la lotta del suo popolo.
La raccolta è stata curata e annotata da Sahm Venter, uno dei più autorevoli giornalisti sudafricani da alcuni anni impegnato come ricercatore della fondazione. “Queste lettere – ha spiegato – ci ricordano le terribili pressioni alle quali Mandela fu sottoposto per sopravvivere a un regime che intendeva cancellarlo dalla coscienza del paese e farlo morire in carcere”. Il leader e futuro presidente scrisse gran parte di esse con la consapevolezza che forse non sarebbe mai tornato in libertà. Il regime segregazionista lo considerava un “detenuto di sicurezza”, classificato nella categoria D, e per questo gli riservò il trattamento più duro: poteva ricevere una visita e una lettera ogni sei mesi e tutte le sue comunicazioni dovevano essere scritre in inglese per poter essere controllate dalla censura. Quando nel 1964 entrò nel famigerato carcere di Robben Island, al largo di Città del Capo, dopo essere stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver compiuto decine di azioni di sabotaggio, un gruppo di guardie afrikaans lo accolse gridandogli “morirai su quest’isola”. In quel carcere privo di luce e acqua, dove il cibo era scarso, pessimo e sempre uguale, i prigionieri politici trascorrevano le giornate spaccando le pietre sotto il sole oppure scavando in una cava di calce. In breve tempo, gli spazi angusti della sua cella divennero un luogo di introspezione, di elaborazione politica e di dialogo a distanza con i suoi cari. La scrittura, alla quale Mandela poté dedicarsi nei pochi momenti di riposo, diventò uno strumento di lotta, un’indispensabile medicina per sopravvivere che contribuì a fare di lui un simbolo mondiale di coraggio e perseveranza.
La Fondazione Mandela ha ceduto i diritti per la pubblicazione negli Stati Uniti alla Liveright Publishing, un marchio prestigioso dell’editoria a stelle e strisce noto per aver stampato per primo le opere di Hemingway, Faulkner e Freud, e rinato alcuni anni fa, dopo la bancarotta, sotto l’egida della casa editrice W.W. Norton. All’opera che uscirà l’anno prossimo – con la prefazione della nipote dell’ex presidente, Zamaswazi Dlamini-Mandela – farà seguito poi un secondo volume più articolato e rivolto a un pubblico di studiosi e specialisti, la cui uscita è prevista per il 2019. Anche l’edizione italiana arriverà nelle librerie nel luglio 2018, grazie alla casa editrice Il Saggiatore che si è aggiudicata i diritti per il nostro paese.
RM

Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

C’era una volta l’Est

Intervista allo scrittore Clemens Meyer (Avvenire, 14.7.2017)

È un ritratto intenso, malinconico e disilluso dell’infanzia e dell’adolescenza ai tempi del Muro di Berlino quello che emerge dalle pagine di Eravamo dei grandissimi (Keller editore, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero), il pluripremiato romanzo d’esordio del giovane scrittore tedesco Clemens Meyer, uscito in Germania una decina d’anni fa e ormai diventato un classico della letteratura post-1989. Una storia in gran parte autobiografica che non si svolge nella grande capitale della Guerra fredda bensì in una grigia periferia di Lipsia – “nell’est della Germania est” -, che prende forma attraverso una scrittura essenziale e potente, capace di trasfigurare in emozioni i ricordi dello stesso Meyer, che quegli anni li visse in prima persona. Il Muro non è una presenza fisica ma uno spartiacque temporale nelle vite di un gruppo di ragazzi, le cui storie si intrecciano attraverso una narrazione priva di un preciso ordine cronologico. L’amicizia tra Daniel, Paul, Mark e Rico è l’unico legame che consente loro di andare avanti in una realtà urbana in balia di un passaggio storico epocale che loro stessi non comprendono, e che finirà col travolgerli. Continua la lettura di C’era una volta l’Est

“La mia lotta in carcere con Bobby Sands”

Intervista a Séanna Walsh (Avvenire, 9.7.2017)

La svolta definitiva verso la pace in Irlanda del Nord arrivò il 28 luglio 2005, quando l’IRA annunciò la fine della lotta armata e l’avvio dello smantellamento del proprio arsenale. Mai prima  d’allora l’esercito repubblicano irlandese aveva fatto leggere un comunicato da un volontario a volto scoperto. Davanti alla telecamera, accanto a un tricolore irlandese, comparve lui: Séanna Walsh, una delle figure più note e rispettate all’interno del movimento repubblicano. Poco meno che cinquantenne, aveva trascorso ventuno anni in carcere, gran parte dei quali nei famigerati blocchi H di Long Kesh dove a partire dalla seconda metà degli anni ’70 si svolsero durissime proteste carcerarie.

Nella foto: Séanna Walsh

Ma soprattutto, Walsh era legato da un’amicizia fraterna con Bobby Sands, il martire irlandese morto il 5 maggio del 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. L’abbiamo incontrato nelle stanze della City Hall di Belfast, dove oggi lavora come consigliere comunale per il partito repubblicano Sinn Féin, per chiedergli un ricordo di Sands. “Lo vidi per la prima volta nel 1972, avevo solo sedici anni ed ero appena entrato a Long Kesh dopo essere stato catturato durante un’operazione”, ci ha raccontato. “Mi misero in una delle baracche del campo, dov’era rinchiuso anche Bobby. Fu lui a introdurmi in quel mondo. Aveva solo due anni più di me, era estremamente alla mano. Diventammo subito grandi amici e trascorremmo più di tre anni là dentro insieme. Fummo rilasciati entrambi nel 1976, ci ritrovammo nell’IRA in quei pochi mesi che lo videro libero. Finché non ci catturarono di nuovo, io in agosto, Bobby in ottobre. Di fatto siamo rimasti in carcere insieme fino alla sua fine, anche se non nello stesso braccio. Le cose peggiorarono notevolmente quando Londra abolì lo status di prigioniero politico per quelli come noi. Lo scontro carcerario divenne durissimo.
Quando lo vide per l’ultima volta?
Nel settembre 1979, a una visita. Si era tagliato i capelli e la barba, era irriconoscibile. Lo abbracciai e gli augurai buona fortuna. Avevo capito che non l’avrei rivisto mai più.
Cosa ricorda di quei 66 giorni che lo condussero alla morte?
Due settimane dopo l’inizio dello sciopero della fame mi scrisse una lettera segreta nella quale mi confidò di essere molto preoccupato per la sua famiglia, sapeva che stava soffrendo molto a causa della sua decisione di entrare in sciopero ma diceva anche di essere fiducioso di arrivare a un accordo che potesse consentirgli di interrompere la protesta. Era convinto che se lui fosse morto per primo, gli inglesi sarebbero stati costretti a cedere e tutti gli altri avrebbero potuto salvarsi. Sperai con tutto me stesso che avesse ragione, ma purtroppo le cose andarono diversamente.
Non servì a niente neanche farlo eleggere in parlamento proprio durante lo sciopero.
Ricordo quando emerse l’idea di candidarlo alle elezioni supplettive. Fino a quel momento eravamo sempre stati assai sospettosi nei confronti dello strumento elettorale, eravamo convinti che non fossero in grado di cambiare niente. Ma pensai che se fosse stato eletto gli inglesi non avrebbero potuto consentire a un membro del parlamento di morire in quel modo. Mi sbagliavo.
Cos’è cambiato per lei dopo la sua morte?
Quando morì non mi sono permesso di piangere. Diventai ancora più determinato nel voler vedere la fine della presenza britannica in Irlanda. Fui rilasciato dal carcere tre anni dopo, nel 1984. Per prima cosa andai davanti alla sua tomba, al cimitero di Milltown, a giurare che avrei dedicato tutto me stesso al conflitto, fino alla riunificazione del paese e fino alla nascita di una nuova repubblica. Solo allora mi sono permesso di piangere. Nel 1988 fui arrestato di nuovo durante un attacco contro l’esercito britannico. Sono tornato in libertà solo nel settembre 1998, in seguito agli accordi del Venerdì Santo. Porto ancora Bobby nel mio cuore, sarà sempre nei miei ricordi più cari, ma non è il solo motivo per cui sono ancora un repubblicano convinto. Noi ricordiamo i nostri morti, ma continuiamo a lottare per i vivi.
RM

Nessuno tocchi la Cina. Atene fa infuriare l’UE

Da Il Venerdì di Repubblica, 7.7.2017

Ennesima battuta d’arresto per il “soft power” dell’Unione europea. Stavolta la diplomazia culturale di Bruxelles si è inceppata persino sul tema dei diritti umani, non riuscendo a trovare l’unanimità neanche per condannare le gravi violazioni del governo cinese. Per la prima volta, la dichiarazione che l’UE presenta periodicamente alle Nazioni Unite per evidenziare gli abusi degli stati di tutto il mondo – e che necessita del sì dei 28 membri dell’Unione – è stata bloccata dall’inaspettato veto della Grecia. Da alcuni anni Bruxelles ha iniziato a fare pressioni su Pechino denunciando il giro di vite nei confronti di avvocati, attivisti e giornalisti critici verso il regime. Amnesty international e le altre organizzazioni in difesa dei diritti umani criticano invece la Cina da sempre, denunciando apertamente la repressione di ogni forma di dissenso, la limitazione delle libertà e l’utilizzo sistematico della pena di morte. Per l’UE, che da anni cerca di accreditarsi come difensore dei diritti umani, la sorprendente decisione di Atene rappresenta un colpo durissimo, ed è stata definita ‘vergognosa’ dalla diplomazia europea. “Abbiamo agito sulla base di una posizione di principio – ha cercato di spiegare un portavoce del governo di Alexis Tsipras -. Sul tema dei diritti è previsto un dialogo tra l’UE e la Cina e riteniamo che quello sia un modo più efficiente e costruttivo di ottenere risultati”. Nessun ministro, né tantomeno il premier, ha avuto il coraggio di metterci la faccia, e la spiegazione del funzionario non ha convinto nessuno. Particolarmente irritante è apparsa la tempistica del veto, giunto poche ore dopo che i ministri delle finanze dell’Eurozona avevano approvato la nuova tranche di aiuti finanziari alla Grecia, stanziando 8,5 miliardi di euro per il rilancio della sua disastrata economia. Ma soprattutto c’è chi punta il dito nei confronti dei legami sempre più stretti tra Atene e Pechino. Dopo la privatizzazione del porto del Pireo – passato sotto il controllo della Cosco, la più grande compagnia di trasporti cinesi – le società e i fondi del Dragone continuano ad acquisire pezzi di Grecia nelle infrastrutture, nella logistica e nell’immobiliare. Con buona pace dei diritti umani.
RM

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

Tra ville e favori, Zuma è al capolinea

Venerdì di Repubblica, 23.6.2017

Finora né gli scandali finanziari, né le gigantesche manifestazioni di piazza, né le mozioni di sfiducia del suo stesso partito erano riuscite a scalfire il suo potere: il presidente sudafricano Jacob Zuma era sempre riuscito a salvarsi, dimostrando di essere un politico dalle sette vite. Ma adesso il 74enne ex veterano della lotta anti-apartheid rischia di finire travolto da una valanga di documenti che confermerebbero gravissime accuse contro di lui, il cui contenuto è già in parte trapelato sulla stampa sudafricana. A scoperchiare il vaso di Pandora è stato AmaBhungane, un rispettata Ong locale nota per aver rivelato gravi casi di corruzione governativa. Il suo gruppo di giornalisti investigativi è entrato in possesso di decine di migliaia di email e altri documenti riservati che farebbero definitivamente chiarezza sul cosiddetto “Guptagate”, ovvero i legami tra il leader dell’ANC e i Gupta, una ricca e potente famiglia di origine indiana giunta in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid per gestire importanti affari nel campo dell’estrazione di risorse, dell’ingegneria e dell’informatica. La polizia di Johannesburg ha aperto un’inchiesta sulle compromettenti email che dimostrerebbero il ruolo centrale svolto dalle società controllate dai Gupta nel manipolare l’assegnazione di contratti pubblici per centinaia di milioni di dollari. Da parte sua, Zuma avrebbe permesso ad alcuni membri della famiglia di influenzare le nomine decise dalla sua amministrazione, cacciando le figure sgradite e ottenendo in cambio favori. Sia lui che i portavoce dei Gupta hanno respinto tutte le accuse mentre Mmusi Maimane, leader del partito d’opposizione Democratic Alliance, attacca: “i documenti confermano che Zuma è alla guida di uno stato criminale e usa le istituzioni per arricchire sé stesso e i suoi amici”.
Il presidente sudafricano è nell’occhio del ciclone da tempo, e non solo perché una delle sue moglie e due dei suoi figli hanno avuto ruoli dirigenziali o hanno seduto nei consigli di amministrazione di alcune società del gruppo. Nei mesi scorsi un tribunale ha stabilito che aveva utilizzato circa 20 milioni di euro di fondi pubblici per ristrutturare la sua casa, poi l’authority nazionale anti-corruzione ha diffuso un rapporto che chiedeva di istituire una commissione d’inchiesta proprio sui suoi rapporti con i Gupta. Nel frattempo le piazze di Pretoria e di altre città del paese si sono riempite di manifestanti che invocavano a gran voce le sue dimissioni, anche perché il Sudafrica sta attraversando da tempo una grave crisi economica a causa della spesa pubblica fuori controllo e della cattiva gestione delle imprese statali. Le proteste sono divampate di nuovo nell’aprile scorso, quando Zuma ha deciso di cacciare il ministro delle finanze Pravin Gordhan, un politico molto rispettato proprio perché stava cercando di contrastare la corruzione e limitare gli sprechi di denaro pubblico. Infine il Sunday Times sudafricano ha riportato anche la notizia di una villa da 25 milioni di dollari acquistata dai Gupta a Dubai per garantire un buen retiro a Zuma quando andrà in pensione. Forse prevedendo che il suo mandato presidenziale non arriverà alla naturale scadenza, prevista nel 2019.
RM

Un ricordo di Norma Parenti su Radio 3

Norma Parenti è una delle figure femminili più straordinarie della Resistenza italiana, insignita della medaglia d’oro al valor militare. Visse a Massa Marittima, in provincia di Grosseto, una delle prime aree dove venne organizzata la resistenza armata contro gli occupanti nazisti: è proprio qui che il 23 giugno 1944 i nazifascisti in ritirata consumarono la loro vendetta contro di lei, uccidendola la sera prima dell’arrivo degli Alleati.
Ho curato una puntata di Wikiradio dedicata a lei, che è andata in onda su Radio Rai 3 nell’anniversario della sua morte