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Il diario di Jean Paul, un tutsi 26 anni dopo

Avvenire, 17 settembre 2020

“Iye tubatsembatsembe!, Iye tubatsembatsembe!”(“Uccidiamoli tutti!, Uccidiamoli tutti!). Dopo tanti anni quelle grida terribili risuonano ancora nella mente di Jean Paul Habimana. In quel giorno di fine aprile del 1994 la parrocchia di Shangi, nella diocesi ruandese di Cyangugu dove aveva trovato rifugio insieme alla sua famiglia e ad altre persone di etnia tutsi, furono assediate dalla milizia paramilitare hutu degli Interahamwe. Erano armati fino ai denti con fucili, granate, mazze, machete e la loro furia omicida non si fermava neanche di fronte ai luoghi sacri. All’epoca Jean Paul aveva solo dieci anni e quel giorno la sua vita cambiò per sempre. “Iniziai a correre per salvarmi ma fui travolto dalla folla in fuga e inciampai. Mi ritrovai faccia a terra, mi caddero addosso i corpi dei fuggiaschi colpiti. Rimasi immobile, sotterrato dai cadaveri per un tempo che mi parve infinito. Chi chiedeva aiuto veniva freddato all’istante”.

Se oggi Jean Paul Habimana può raccontare la sua terribile esperienza di sopravvissuto al genocidio del Ruanda lo deve al provvidenziale aiuto di Maria, una donna hutu che lo nascose in casa sua prima di portarlo nel campo profughi di Nyarushishi, dove rincontrò anche sua madre. Fu la prima scintilla di speranza che riuscì a scorgere in quell’orrore. Al campo ne seguirono altre: “non c’era quasi niente da mangiare e mancava l’acqua ma ricordo alcune mamme che si privavano di parte del poco cibo che avevano per darlo ai bambini rimasti senza genitori”, ci spiega. La storia autobiografica che racconta la lotta per la sopravvivenza e la ‘seconda vita’ di Jean Paul Habimana è una delle otto finaliste del 36° premio Pieve Saverio Tutino indetto dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Santo Stefano. Il vincitore sarà annunciato domenica 20 settembre nel centro della cittadina in provincia di Arezzo, all’ombra di quel piccolo Museo del Diario che da quasi quarant’anni conserva i diari, le memorie e gli epistolari degli italiani. Jean Paul Habimana è arrivato in Italia nel 2005 per proseguire gli studi in seminario che aveva iniziato nel suo paese. “Quando venivano a ucciderci ci mettevamo a cantare e a pregare Dio. Lo supplicai di salvarmi promettendogli che da grande mi sarei fatto prete perché volevo aiutare il popolo ruandese a vivere nella fratellanza, non potevo vedere quelle persone così vicine a noi che venivano a ucciderci. Entrai per la prima volta in un seminario minore a tredici anni, dopo esser scampato al genocidio quasi per miracolo”. Habimana intraprende allora un percorso di studio e di riflessione sul genocidio che lo aiuta a superare quel periodo infernale, a comprendere che ogni ruandese – sopravvissuto o carnefice – è stato a modo suo vittima di quei mesi terribili del 1994. Centinaia di migliaia di vittime in prevalenza uomini, donne e bambini di etnia tutsi, oltre un milione e mezzo di sfollati: un’ecatombe di dimensioni epocali. Le traiettorie talvolta imperscrutabili del destino lo portano poi in Italia, dove per tenere fede alla promessa fatta a Dio decide di proseguire gli studi di filosofia e teologia presso il Seminario Arcivescovile Pio XI di Reggio Calabria. Finché, quattro anni dopo, non decide di interrompere la strada verso il sacerdozio. Continua la lettura di Il diario di Jean Paul, un tutsi 26 anni dopo

Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Avvenire, 12 settembre 2020

“Temo che stiano venendo a prendere anche me. Eccoli, stanno arrivando, sento i loro passi. Temo che questa sia la mia ultima corrispondenza…”. Si conclude con queste poche righe strazianti l’ultimo manoscritto che il giornalista bosniaco Kjasif Smajlovic riuscì a trasmettere la mattina del 9 aprile 1992 alla redazione del quotidiano Oslobodenje dalla sua città, Zvornik, stretta sotto assedio dalle truppe irregolari serbe. Sembra di sentirli, i calci alla porta del suo ufficio, le grida e gli improperi, le inutili richieste d’aiuto e di pietà, a precedere i colpi, gli spari, il sangue. Sembra di rivedere al rallentatore gli ultimi e interminabili istanti di vita di un uomo che aveva deciso di non scappare di fronte alla violenta aggressione del suo paese. Avrebbe potuto andarsene, come avevano fatto molti altri. Ma scelse di restare. Fino all’ultimo rimase nel suo ufficio per inviare corrispondenze alla redazione di Sarajevo. “Non me ne vado perché sono un giornalista”, aveva spiegato pochi giorni prima di essere ucciso dagli occupanti della città, dei quali lui stesso aveva annunciato l’arrivo. “Kjasif pensava che fosse molto importante informare l’opinione pubblica nazionale e mondiale che Zvornik era stata aggredita e che i suoi abitanti erano disarmati e indifesi. Credeva che la verità e l’informazione basata sui fatti avrebbero potuto sconfiggere il male e fermare l’aggressione”, ricorda suo fratello Sakib, che ha curato L’ultima corrispondenza. In memoria di Kjasif Smajlovic (qudulibri, traduzione di Selma Husic Bacinovic, pagg. 160, € 15). Il libro ricostruisce con un mosaico di testimonianze la figura dimenticata del primo giornalista ucciso durante la guerra di Bosnia, al quale toccò il compito di annunciare che la guerra stava divampando proprio lì, in quella remota località a poca distanza dal confine con la Serbia. Sakib Smajlovic, curatore del volume, aveva iniziato a scrivere seguendo suo fratello. Oggi è un giornalista in pensione e non nasconde un sentimento di rabbia anche nei confronti di Oslobodenje, il giornale di suo fratello, sostenendo che l’abbia ormai dimenticato e non spenda più una riga neanche per commemorare l’anniversario della sua uccisione. Continua la lettura di Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Ebru Timtik, morta di fame e di ingiustizia

Se n’è andata in silenzio, in una stanza d’ospedale, dove era stata trasferita dal carcere in seguito al precipitare delle sue condizioni.

Se n’è andata al 238esimo giorno di uno sciopero della fame con il quale chiedeva un processo equo in un Paese, la Turchia, in cui l’equità e la giustizia sono concetti inesistenti. Specie se sei donna. Specie se sei un’avvocata per i diritti umani. Specie se non pieghi la schiena di fronte a un potere che vorrebbe tapparti la bocca.
È morta così, Ebru Timtik, di fame e di ingiustizia. Il suo cuore si è fermato semplicemente perché non aveva più nulla da pompare in un corpo scarnificato dall’inedia.
È morta per difendere il suo diritto ad un giusto processo, dopo essere stata condannata a tredici anni di carcere, insieme ad altri diciotto avvocati come lei, detenuti con l’accusa di terrorismo, solo per aver difeso altre persone accusate dello stesso crimine.
È morta come Ibrahim e come Helin e come Mustafa del Grup Yorum, morti dopo trecento giorni di digiuno per combattere la stessa accusa.
È morta combattendo con il proprio corpo, fino alle estreme conseguenze, una battaglia che nella Turchia di Erdogan non è più possibile combattere con una parola, un voto, una manifestazione di piazza.
È morta come fanno gli eroi, sacrificando la propria vita per i diritti di tutti.
C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa grande donna: non restare zitti. Far arrivare la sua voce il più lontano possibile, dove lei non può più arrivare.
Ci sono idee così forti capaci di sopravvivere anche alla morte.

Addio Ebru. Viva Ebru.

Séamus Heaney lirico e “politico”

Avvenire, 30 luglio 2020

Dopo la lunga chiusura imposta dalla pandemia è stata finalmente riaperta al pubblico, nel centro di Dublino, la grande mostra dedicata alla vita e all’opera di Seamus Heaney ospitata negli spazi culturali della Bank of Ireland, di fronte al Trinity College. Fu Heaney in persona, alcuni mesi prima di morire, a consegnare alla National Library della capitale irlandese una dozzina di scatoloni contenenti centinaia di reperti cartacei, scritti, bozze di poesie, lettere e dattiloscritti. Materiale che, debitamente arricchito da alcuni oggetti personali del poeta, ha costituito l’embrione di “Listen Now Again”, la mostra curata da Geraldine Higgins che consente di rivisitare l’opera e l’eredità di uno dei più grandi poeti contemporanei. Nato da una famiglia cattolica in una fattoria dell’Irlanda del Nord, figlio di un commerciante di bestiame, Heaney ha saputo fondere magistralmente la povertà materiale e la ricchezza spirituale della campagna irlandese dov’era cresciuto con la sua cultura di fine conoscitore del latino, del gaelico, dell’antico anglosassone, di letterato che come pochi altri poteva confrontarsi con le opere di Virgilio, di Ovidio, di Sofocle. All’ingresso, una serie di colonne che ricordano i menhir dell’era neolitica ci introducono proprio alle sue radici rurali della contea di Derry e alla prima delle quattro sezioni della mostra, dedicata alle sue opere giovanili, con oggetti e foto che rimandano alla campagna che fece da sfondo alla sua giovinezza e al famoso cottage di Glanmore, nella contea di Wicklow, dove Heaney si ritirò nel 1972 dopo aver lasciato l’università di Belfast e l’Irlanda del Nord devastata dalla guerra. Quando decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, Glanmore divenne la sua “scuola campestre”, il principale luogo d’ispirazione delle sue liriche e molti oggetti rimandano proprio a quel periodo centrale della sua vita. Ma è nelle sezioni dedicate al processo creativo e alla coscienza artistica di Heaney che si trovano gli spunti più interessanti della mostra: i dattiloscritti con le correzioni di suo pugno, la scrivania personale – di cui colpisce la grande semplicità – nonché alcune lettere, come quella all’amico poeta Ted Hughes in cui confessa il suo imbarazzo per essere stato inserito in una raccolta poetica di autori britannici e medita di scrivere all’editore per riaffermare la sua irlandesità. Heaney visse in un’epoca di grande violenza e una parte significativa della mostra si concentra proprio sul suo ruolo di “poeta politico” e sul modo in cui si rapportò al conflitto in Irlanda del Nord. Una sezione conclusiva è dedicata infine alla prodigiosa opera matura e all’eredità di un poeta che ricevette il Nobel non solo per la bellezza delle sue liriche ma anche per la loro straordinaria profondità etica. Le sue ultime parole – “Noli timere” (latino per “non abbiate paura”) – scritte in un sms che inviò alla moglie pochi minuti prima di morire, sono state trasformate in un grande monito luminoso che accompagna il visitatore all’uscita.
RM

Ritrovate le ossa di Hugh “il rosso”? Dublino rivive la resistenza gaelica

Avvenire, 26 luglio 2020

“Tutta Valladolid sa dove seppellirono Hugh il rosso”, scrisse alcuni anni fa il poeta irlandese modernista Thomas McGreevy, e oggi i suoi versi suonano profetici, dopo la scoperta dei presunti resti del grande principe guerriero Hugh O’Donnell. Anche senza attendere conferme dalle analisi del Dna, gli archeologi spagnoli sono già sicuri di aver ritrovato nelle viscere del centro storico di Valladolid le ossa del nobile ribelle che alla fine del XVI secolo si batté contro gli inglesi nel tentativo di resistere alla conquista dell’Irlanda. Gli approfonditi scavi effettuati nei pressi delle fondamenta di una banca hanno riportato alla luce le mura perimetrali della cappella dell’antico monastero di San Francesco, risalente al XIII secolo. Al suo interno sono stati rinvenuti un teschio e i resti completi di uno scheletro. L’archeologo Oscar Buron, responsabile degli scavi, non ha alcun dubbio: appartengono a O’Donnell, che morì nel 1602 proprio in Spagna, dove si trovava per cercare di convincere il re cattolico Filippo III a inviare i suoi eserciti in Irlanda contro gli inglesi. Valladolid era all’epoca la capitale dell’“Impero sul quale non tramonta mai il sole” e ospitava la corte del sovrano spagnolo. Il principe O’Donnell, signore di Tyrconnell (l’attuale contea irlandese del Donegal), era stato costretto a scappare sul continente dopo la disfatta subita nella decisiva battaglia di Kinsale ma morì all’improvviso nel castello di Simancas, nei dintorni di Valladolid. Aveva appena 29 anni. Il suo corpo fu inumato con tutti gli onori nel monastero di San Francesco che sarebbe stato poi distrutto nel 1836, ai tempi delle confische dei beni ecclesiastici. Secondo le fonti più accreditate a ucciderlo sarebbe stata un’infezione da tenia ma le cause esatte della sua morte sono tuttora oggetto di discussione da parte degli storici. “La prova del Dna sui suoi resti sarà sicuramente in grado di confermare o di escludere una volta per tutte le teorie secondo le quali O’Donnell sarebbe stato in realtà avvelenato, poiché era una spina nel fianco per la Corona britannica, che era decisa a disfarsi di lui a ogni costo”, spiega Jane Ohlmeyer, docente di storia moderna al Trinity College di Dublino”.
In Irlanda, com’è facilmente prevedibile, una simile scoperta archeologica sta scuotendo il mondo della cultura. Da secoli “Hugh il rosso” è considerato il simbolo della resistenza gaelica contro gli inglesi. Nella famosa opera teatrale Making History rappresentata per la prima volta nel 1988, il drammaturgo irlandese Brian Friel lo ritrae come un guerriero caparbio e un appassionato difensore dei valori cattolici, della lingua e della cultura gaelica. Un’immagine ormai convalidata anche sul piano storiografico. Da giovane O’Donnell era stato incarcerato dagli inglesi nel castello di Dublino, dal quale nel 1592 si rese protagonista di una fuga rocambolesca in cui perse due dita dei piedi per assideramento. Insieme al conte di Tyrone, Hugh O’Neill, guidò poi la “guerra dei nove anni” (1593-1603) per difendere l’Ulster dagli inglesi e preservare l’indipendenza della provincia più gaelica di tutta l’Irlanda. La ribellione, fino ad allora relegata al nord, si diffuse in tutto il paese e ottenne alcune clamorose vittorie contro le forze di Elisabetta I, prima della definitiva sconfitta di Kinsale, che spianò la strada alla definitiva conquista inglese. Dopo aver guidato l’ultima strenua rivolta O’Donnell e O’Neill dovettero arrendersi e abbandonare il paese scegliendo l’esilio nell’Europa continentale. Quell’episodio – che segnò la fine dell’Irlanda gaelica – resta tra i più centrali ed enigmatici della storia irlandese moderna, tanto da ispirare molte leggende e opere letterarie. Restano incerte le reali motivazioni che spinsero i nobili irlandesi a lasciare l’Irlanda. Per alcuni si trattò di una fuga, secondo altri fu invece una ritirata funzionale a una nuova offensiva. Le scoperte archeologiche di questi giorni potrebbero contribuire a far luce sulla verità.
RM